Il rispetto verso il proprio superiore, atto dovuto o diritto di obiezione di coscienza?

Conoscere il proprio capo
è importante per amarlo...
e rispettarlo
perchè il rispetto
è un requisito fondamentale
del rapporto di lavoro....

Ecco cosa raccontava due minuti fa
il mio “capo” alla mia collega (mentre io cercavo di lavorare...)

Dopo una divagazione a tema politico (Veltroni-Berlusconi, Sardegna, strade) approda a Vendola ed ammette “ si , non l’ho seguito molto, l’unica cosa che si sa di lui è che è gay...”

L’avere usato la parola gay deve avere probabilmente innescato una reazione chimica nel suo cervello (ho letto che gli uomini pensano al sesso ogni 20 secondi circa, lui probabilmente anche più spesso ) che ha spostato la sua attenzione dalla politica al sesso, e ha voluto necessariamente raccontare che.....


“ mado’, ieri sera, sotto casa di mia madre c’era uno.... ma l’avessi visto... uno.... un gay, vestito da donna, ma vestito in un modo, insomma aveva sta gonna, corta, strana, e la gente che passava lo guardava, però, da come era vestito... si vedeva che doveva essere proprio disperato... e la gente infatti lo guardava proprio... con compassione...
L’ho guardato, perchè aveva sta gonna che... ma non l’ho guardato molto bene, ero con mia moglie, e poi questa gente sai, se la guardi tanto... possono anche....

Dopo questo monologo di profondo spessore morale, psicologico, intellettuale e sentimentale, la mia collega interviene, non ho capito se più con frasi di circostanza perchè sentitasi in obbligo di interrompere tutti quei puntini di sospensione tra la parola gonna e la parola gonna, o se perchè davvero lo ascoltasse e fosse interessata al discorso, chiedendogli se quello dove abita sua madre fosse un quartiere malfamato, se ci abitasse gente strada...

“no, dice lui (e certo, mica confina la mamma in un posto poco sicuro..), è che questo era fuori dal bar a fumare, visto che ora dentro non si può più, e questo bar è gestito da una sudamericana, sai, quella gente, non so, magari arrotondano...



Io non ho risposto.
A dire il vero non ho partecipato affatto alla discussione, ho evitato con cura la prima parte del discorso e ho deciso di prestare attenzione, simulando distrazione apparente, solo nelle elucubrazioni sul gay che arrotonda e sul bar gestito da “certa gente” perchè credo che queste affermazioni rappresentino drammaticamente bene lo stato di disperazione in cui mi trovo sul lavoro.
Ho smesso di combattere. Ci ho provato. Sono stata riempita di lavoro in modo sproporzionato rispetto alle altre colleghe perchè probabilmente era il modo migliore per farmi stare zitta, ma almeno questo espediente mi ha impedito di prendere parte alla farsa che ora si sta rappresentando nell’ufficio successivo (il dirigente in questione ha bisogno di approvazione e sostegno umano dai suoi dipendenti per cui ora sta raccontando lo stesso episodio in un ufficio dove è sicuro di trovare un pubblico più attento e disposto ad ascoltarlo, a sostenerlo e a fargli tante piccole domande imbarazzanti per cogliere ogni dettaglio di quella gonna...).
Ho smesso di combattere perchè non ne vale la pena, perchè è ovvio che sono finita io in un posto patologico e questa non è la regola, semplicemente mi sono detta, quando un lavoro ti sembra troppo sporco per essere fatto, non farlo....

La mia domanda di trasferimento è già in corso, presto della mia presenza non resterà che l’impronta su una poltrona cigolante in questo servizio, io ho smesso di rispettare i miei capi molto tempo fa e la consapevolezza di questa infinita grettezza, di questa desolante mediocrità, di questo feroce opportunismo senza vergogna mi danno un sollievo lieve, dopo avere toccato il fondo non si può che risalire...

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