Vittime, carnefici, comparse. E divagazioni a tema.

Vari studi che stanno analizzando il fenomeno del mobbing hanno portato alla creazione di identikit piuttosto precisi di quelli che sono gli attori e le comparse di questo meccanismo, tracciandone anche predisposizioni caratteriali individuabili.

I potenziali mobber, ovvero coloro che esercitano il mobbing, sono identificati come:

soggetti che privilegiano relazioni improntate ad un rigido schema gerarchico,

conseguentemente, adottano posizioni autoritarie nei confronti delle persone considerate “inferiori”

in caso di conflitto prediligono la soluzione gerarchica piuttosto che l’analisi oggettiva dei contenuti.

Ne emerge un ritratto molto rigido, fatto di autorità e di assoluta mancanza di interpretazione, un ritratto che tutto sommato mi convince poco, perché sembra identificare esclusivamente un tipo di mobbing verticale, ossia esercitato da chi detiene il potere decisionale, mentre gli aspetti più morbosi delle ripercussioni del mobbing sono spesso ravvisabili nell’accanimento e nel coinvolgimento del branco.

Gli spettatori del mobbing sono stati classificati in tre categorie:

side-mobber, ovvero coloro che supportano il mobber e lo sostengono attivamente nell’emarginare, umiliare e colpire il mobbizzato

gli indifferenti, ovvero coloro che hanno un atteggiamento passivo e che, non opponendosi, contribuiscono a creare un ambiente lavorativo fatto di discriminazione e di ingiustizie tollerabili

gli oppositori, ovvero coloro che assumono una posizione autonoma e, mantenendo un punto di vista obiettivo e lucido, aiutano la vittima ad affrontare la situazione conflittuale creatasi.

Anche le vittime del mobbing hanno un loro profilo preferenziale, si tratta sostanzialmente di

Persone che svolgono la propria attività lavorativa con coinvolgimento personale e con passione

Dotate di capacità innovative e creative

“diversi” (per religione, stili di vita, inclinazioni sessuali, etnia….)

Disabili o anziani

Persone spesso assenti per astensioni di malattia, maternità, studio ecc….

In base a quella che è stata la mia personale esperienza lavorativa, posso dire che il mobbing trova terreno particolarmente fertile negli ambienti molto omologati, dove la regola è il non distinguersi, obbedire passivamente e lavorare meccanicamente, difendendo eventualmente ritmi di lavoro blandi e condivisi, dove insomma l’eventualità di un cambio di equilibri porterebbe ad una ridiscussione del coinvolgimento di molti, ed ecco che l’eventuale lavoratore che investisse passione e dedizione per ottimizzare le proprie prestazioni è visto come un nemico da cui difendersi, un nemico da arginare e da combattere, un nemico contro cui la coalizione è quasi istintiva, per via del comune rischio di dover ridiscutere anche le proprie mansioni. Gli episodi di mobbing in cui mi è capitato di essere coinvolta non erano sostanzialmente di una gravità paragonabile ai casi limite di cui spesso si parla, si rasentava la prevaricazione di gruppo e si intuiva una pianificazione d’intenti, oltre ad un certo accanimento inspiegabilmente crudele perpetrato da una minoranza di individui con il supporto attivo o passivo degli altri personaggi coinvolti, ma, allora, non si parlava ancora di mobbing, era disorientante, per me, alle prime esperienze lavorative, dover concepire un clima lavorativo tanto compromesso e arginante. Sono una persona creativa, e sul lavoro l’ho dimostrato ampiamente, ora mi ritrovo a constatare che tutte le innovazioni volute e portate avanti da me sono state inglobate in progetti migliorativi strutturali (la classica qualità….) e io non solo ne ho perso la maternità, ma anche la traccia, nella labile memoria, dell’impegno e della volontà utilizzate per difendere e portare avanti quei progetti, combattendo contro la diffidenza, contro la tradizione dei metodi arcaici opposta che l’adozione di procedure più snelle, contro l’ostruzionismo dei colleghi e le ritorsioni attuate per ostacolarmi. E sia ben chiaro, non ero un dirigente o in qualche modo un superiore, ero solo una collega, l’ultima arrivata volendo, la più giovane sicuramente, con un lavoro normale da svolgere e la voglia di farlo al meglio.

La voglia di lavorare che avevo 10 anni fa, non ce l’ho più, o meglio, ho dovuto studiare una strategia di sopravvivenza che mi ha permesso di incanalarla diversamente, continuando a sfruttare le mie potenzialità e le mie risorse ma nella consapevolezza che ogni mio sforzo investito in quello che è il mio ambiente di lavoro non sarà riconosciuto, non sarà apprezzato e non sarà “mio”. In un certo senso la mia sconfitta, almeno nell’apparenza, consiste nell’aver accettato di adattarmi a standard più bassi rispetto a quelli che avrei potuto offrire, ma ritengo che questa sconfitta sia innanzitutto della dirigenza che gestisce il mio lavoro e quello della mia struttura, e di struttura in struttura fino a disegnarne un insieme piuttosto omogeneo e omologato. L’allegria e il buon umore che portavo in ufficio 10 anni fa, non li regalo più, quelli me li hanno consumati con i morsi della cattiveria, con le meschinerie quotidiane, con il grigiore dell’omologazione, con la lugubrità della depersonalizzazione. Continuo ad essere una persona solare, continuo a vedere il lato ironico della vita, a cercare di vivere e sopravvivere con il sorriso sulle labbra e con un briciolo di umanità, ma qualcosa si è rotto, forse la fiducia è crollata, forse le illusioni, forse semplicemente si è innescato un meccanismo di autodifesa che mi ha portata ad accentrare in me le mie risorse positive isolandomi dalle conflittualità esterne. Il tempo mi ha dato ragione, molti problemi si sono risolti con l’allontanamento di elementi catalizzatori (chi è causa del suo mal pianga se stesso….) e altri invece sono la conseguenza del mio cambio di prospettive: mi aspetto di meno, sono consapevole di dare di meno, sono consapevole che nessuno all’interno della struttura si è accorto che io ho iniziato a dare di meno. Umanamente innanzitutto, professionalmente di conseguenza. Ma non mi sento omologata.

Vivo, come molti, nella condizione del dipendente pubblico che non farà mai carriera, ho assimilato questo fatto, ho accettato il rapporto di continuo amore odio con cui il mio superiore mi tiene sotto controllo, ho imparato a conviverci perché lui ha capito che gli servo, anche se non gli piaccio, e questo lo costringe a trattarmi con rispetto. Cosa che per qualche periodo, aveva dimenticato di fare.

Lo so, ho divagato, sono partita da un discorso oggettivo e ho sconfinato nel soggettivo, ma il mobbing è soggettivo, si può cercare di inquadrarlo e di definirlo ma è soprattutto sofferenza, è amarezza, è sconfitta.

Resta il fatto che, tra i vari profili di vittima del mobbing, io ho trovato il mio, mi ci sono rispecchiata e mi sono tornati alla luce episodi e circostanze che forse ho imparato ad analizzare con più lucidità, ma non ho ancora completamente metabolizzato, impossibile farlo se questo significa trovare un nome alla crudeltà e alla cattiveria deliberata di altri esseri umani. Ci sono cose che sono sbagliate e basta, non vengono legittimate attribuendo loro un nome e una scusante sociologica. Ma so anche, nonostante tutto, di essere una persona forte, la mia forza lavorativa sono le mie capacità, il mio spirito di adattamento, la semplice consapevolezza che, al giorno d’oggi, già avere un lavoro stabile è un privilegio, e che ho in me abbastanza fantasia e volontà per reinventarmi, all’occorrenza.

Credo che sia anche per questo che ho voluto creare questo piccolo spazio virtuale, perché reinventandomi ho deciso che la sconfitta non doveva essere la mia, ma la conseguenza delle scelte sbagliate di una società con molti problemi, con una classe dirigente piena di colpe e di fallimenti che alimenta ambienti lavorativi pericolosamente insani, dove la cultura dell’apparire è preferibile a quella del fare, dove il potere è dato dal fare il meno possibile, dove la soddisfazione è rappresentata dalla delegazione dei compiti piuttosto che dalla loro esecuzione.

Forbes scopre l'acqua calda

La scoperta dell’acqua calda. Il periodico americano "Forbes" ha stilato un elenco di condotte che devono fare scattare il campanello d’allarme sul mobbing. Chi dovesse ritenersi destinatario delle condotte elencate dalla rivista può ritenere di essere vittima del “bullismo” sul lavoro.

1) 1) Ansia da risveglio: Svegliarsi al mattino vivere con angoscia la prospettiva di recarsi al lavoro;
2) Critiche sbandierate: L’essere investito da insulti e critiche ingiustificate alla presenza dei colleghi sul posto di lavoro;

3) Emarginazione e pettegolezzi: La divulgazione di false notizie discreditanti sul proprio conto, o l’isolamento da parte dei colleghi;

4)4) Sabotaggio preordinato: L’attuazione di tecniche dirette a mettere il bastone tra le ruote al lavoratore, con bruschi cambiamenti di regole, di turni e orari di lavoro diretti a incidere negativamente sulla vita privata del lavoratore;

5)5) Esternazione del disagio: L’investire parte della retribuzione per pagare sedute dall’analista, o la manifestazione di continue lamentele in casa sui problemi di lavoro.

Ritengo che la casistica stilata da “Forbes” non aggiunga nulla di nuovo a quanto, con il semplice buon senso, può ritenersi censurabile nei termini del fenomeno di cui ci si occupa. Tuttavia, mi dico, lampi di genio o meno, contributi costruttivi o semplici constatazioni, ben vengano, purché di mobbing non si smetta mai di parlare, nella prospettiva di una maggiore sensibilizzazione soprattutto della volontà politica.