La storia di T., mobbizzato dal Sindacato

Ringrazio Giadatea per avermi voluto nel gruppo dei curatori di questo progetto, assolutamente al di sopra delle mie personali capacità. Ringrazio per la stima, per la fiducia, e confermo il mio impegno a fare del mio menglio incrementare le pagine di "tutto sul mobbing" con interventi che, mi auguro, possano rivelarsi quanto meno interessanti per qualcuno.
Esordisco con un lungo racconto di vita vera (ahimé!). Una vicenda di cui sono venuto a conoscenza per ragioni di lavoro. Una storia che mi ha scandalizzato ed irritato, e che sottopongo all'attenzione di chi avrà la pazienza di leggerla. Ognuno trarrà le sue conclusioni.
T. ha poco più di trent’anni. Non gli mancano la cultura, l’acuta intelligenza, la professionalità, la serietà sul lavoro. Per T. il suo impiego è una cosa assai importante. Oltretutto T. riconosce il peso delle sue responsabilità nei confronti delle tante persone che fanno affidamento su di lui, e che di lui ciecamente hanno fiducia. T., infatti, lavora presso un Sindacato e gestisce numerosi incarichi all’interno del Patronato. Molti di questi gli sono stati affidati dagli alti vertici dell’associazione sindacale, gli è stato conferito l’incarico di gestire interi settori del Patronato, T. ha avviato una serie di progetti che, oltre ad essersi rivelati estremamente utili per i lavoratori, hanno comportato un forte incremento dei tesseramenti. T. è molto soddisfatto, ed il Sindacato gli rende atto dei suoi meriti. Ma ad un tratto tutto cambia. Una sera, uscendo dal lavoro, T. sale in sella al suo motorino. Inizia a star male e ad un tratto il buio. Si risveglia su un letto in ospedale, la parte destra del suo corpo è completamente paralizzata, insensibile, come se fosse morta. T. apprende dai medici di essere stato colpito da ischemia cerebrale, caso assai raro per un uomo della sua giovane età. Tre mesi a letto, lontano da tutto, dalla sua vita, dal suo lavoro. Ma ad un tratto inizia a stare meglio e decide di tornare al Patronato. T. non ha recuperato la funzionalità del braccio destro, zoppica, trascina le parole, ma la sua mente è lucida e viva come sempre. Accolto con un certo scetticismo, T. non demorde, e riprende il suo lavoro da dove lo aveva lasciato. I primi tempi lo aiuta R., una volontaria del servizio civile, che lo coadiuva laddove il fisico di T. non arriva da solo. Ma ad un tratto, all’interno del Sindacato T. diventa un personaggio scomodo. Non c’è più bisogno di lui; ormai R., affiancandolo, ha imparato il mestiere. Oltretutto è carina, è giovane, è sana. Ma come può, un Sindacato, legittimamente buttare per strada un proprio dipendente, affetto da un handicap fisico? Moralmente sarebbe inaccettabile. Dovrà, pertanto, essere T. a prendere l’iniziativa di andar via, ma i colleghi ed i dirigenti sanno bene che T. non rinuncerà mai spontaneamente al suo incarico. La soluzione è a portata di mano: gli si renderà la vita impossibile, i locali che ospitano il Sindacato diventeranno l’anticamera del suo inferno personale. T. dovrà consegnare le chiavi dell’ufficio: “quando verrai troverai qualcuno che ti aprirà la porta”. Ma troppi lunghi pomeriggi ha passato T. per strada in attesa che qualcuno rispondesse al citofono. Tante ore sulle scale davanti al portone d’ingresso in attesa che qualcuno aprisse al posto suo. Altre volte i colleghi, silenziosamente, andavano via la sera, e lo chiudevano dentro. T. aveva bisogno di telefonare perché qualcuno tornasse ad aprire la serratura e gli consentisse di tornare a casa. Un giorno T. arriva in ufficio e si accorge che la sua scrivania non c’è più, sparita la poltroncina, spostati altrove i faldoni ed i fascicoli delle sue pratiche. Chiede spiegazioni. Inizialmente non riceve risposta, alla fine qualcuno ha il coraggio di dirgli che, se non lo avesse capito, deve andare via. T. non demorde, crede che, nonostante tutto, egli possa continuare ad essere utile alla causa dei tanti lavoratori che lo hanno preso come punto di riferimento. Crede di poter continuare a sentirsi utile. Ma a lungo andare cede. Ha perso la sua guerra personale. Adesso T. sta a casa, non ha ancora trovato un lavoro. Il Sindacato gli ha chiesto la restituzione di diverse migliaia di Euro, perché “quando sei stato male noi per errore abbiamo continuato a pagarti, restituiscici il maltolto”. R. ha trovato un lavoro, siede sulla sua comoda scrivania, e se la incontri e le chiedi cosa sia successo in ufficio nel periodo che ha preceduto le dimissioni di T., R. non ricorda nulla. Troppo flebile la sua memoria.

3 commenti:

giadatea ha detto...

allucinente, ed è proprio questo aspetto così assurdo delle vicende che lo rende incredibile (lucidamente) e credibile in quanto manifestazione di mobbing. Una testimonianza dolorosa, ma che spiega fino a dove la crudeltà umana possa arrivare, anche se non il perchè...

Daniele Verzetti, Rockpoeta ha detto...

Scandaloso ma risaputo. I Sindacati che dovrebbero tutelare i lavoratori, TUTTI i lavoratori, poi alla fine sono i primi a fare mobbing....

verdeacqua ha detto...

La mentalità che se uno ha dei problemi diventa inutile è purtroppo radicata in una società dove la competitività prende il sopravvento rispetto alla collaborazione ed alla condivisione. Che il mobbing poi sia attuato addirittura da un Sindacato... è allucinante