nuovo ufficio, nuova corsa....

Ed eccomi nel mio nuovo ufficio. Mi guardo intorno e mi chiedo che cosa realmente questo cambiamento significherà per me. Purtroppo il mio ottimismo è cozzato ripetutamente contro i macchinosi disegni altrui e mi è difficile analizzare la situazione da un punto di vista limpido.
Guardiamo le cose come stanno.
Iniziamo proprio da qui, da questo piccolo ufficio, lungo e stretto, dove occupo una scrivania a ridosso del muro, del resto non ci starebbe in altre posizioni perché dietro di me la parete è completamente occupati da armadi di un altro servizio. Questo ufficio era a metà tra un archivio e un magazzino e il suo compito principale era quello di contenere un frigorifero, indispensabile per tenere fresca l’acqua dei dirigenti degli uffici a fianco. Ma non solo. Era (è ancora) lo spogliatoio per una dipendente che, quando deve lavorare in un magazzino fuori sede, lo usa per cambiarsi d’abito. Così, vicino ai grandi armadi neri chiusi a chiave per celare i segreti del loro contenuto alla mia vista, armadi sovrastati da scatoloni variopinti con rappresentati immagini di deumidificatori, macchinette del caffè espresso e ventilatori, nonché improbabili (eppur reali) peluches e altri ingombri inutili vari, si trova un doppio spogliatoio di alluminio, e a fianco di questo, un carrello in acciaio contenente una stampante inutilizzata, un ventilatore e infine, ciliegina sulla torta, una vecchia cartelliera arrugginita che contiene la cancelleria di questi altri servizi che forse, di lasciarmi l’ufficio, non avevano poi tanta voglia.
Le mie pratiche appoggiano sul tavolo, ho preso in prestito una cassettiera e l’ho piazzata sotto la scrivania per poterci chiudere quanto meno le cose più importanti, sulla sedia nera al posto dell’ospite c’è la mia sedia e io siedo su quella rossa, la meno sporca delle due di recupero che ho trovato.
Qualcosa prima o poi me lo compreranno, mi sistemerò con il tempo.

effetti personali.....

E si, la mia capa proprio non resiste, quando sono in ferie deve andare a mettere le mani nelle mie cose, non tanto nelle mie pratiche, sarebbe anche lecito, ma proprio nelle mie cose personali. Perchè lo faccia, difficile da spiegarsi, fondamentalmente credo che la risposta sia nell’ambiente rancoroso e scottante di infide gelosie che si è, volutamente, creata: la sua corte di adulatrici e leccaculo, per dare un dome dignitoso alle mie care e amate colleghe.

Comunque, quando mi assento per qualche giorno, già so che diventerò il suo bersaglio, e dato che oramai lavoro in ufficio da qualche anno, ho iniziato a prendere le mie misure di precauzione.

Chiudo i cassetti a chiave.

Uomo contro Uomo

Il mobbing visto da dentro è qualcosa di difficile da spiegare, le parole si perdono in spire fatte di spiegazioni inspiegabili, le emozioni si smarriscono di fronte a episodi che non hanno una chiave di lettura comprensibile, la fragilità umana si scontra con un muro di cattiveria pura, di accanimento feroce, di isolamento disperato.....

Il mobbing visto da dentro è un baratro profondo, precipitare nel vuoto è un meccanismo involontario che esula dalla nostra facoltà, possiamo essere forti quanto vogliamo, possiamo essere indipendenti e sostenere che degli altri non abbiamo bisogno, ma si può davvero diventare impermeabili alle meschinità, alla cattiveria immotivata, alla perversione vendicativa che sembra muovere le altrui intenzioni quasi percepissimo una “colpa” e non riuscissimo a identificarla....?

Il mea culpa dei lavoratori

Nel precedente intervento, Tiziano ci ha parlato del mobbing perpretrato “dal basso” ovvero quando “la massa” dei lavoratori si coalizza contro l’elemento dirigente, isolandolo, denigrandolo, minandone la credibilità e la professionalità fino a costringerlo alle dimissioni, e nei commenti ha portato un esempio che, nella sua atipicità, ben rappresenta l’esasperazione dell’accanimento collettivo, ovvero l’allenatore sportivo. L’eco del mobbing, in questi casi, ha delle ripercussioni incredibili, dall’insoddisfazione dei giocatori si sposta sui tifosi e modifica l’opinione pubblica in maniera epidemica, quello che stupisce è che probabilmente lo stesso allenatore che ora si vuole demolire in altre circostanze è stato idolatrato decantandone le lodi e la competenza. Anche le persone più lucide ed equilibrate possono arrivare a fare affermazioni faziose che tengono conto della propria passionalità sportiva trascurando invece l’aspetto oggettivo del diritto alla dignità del lavoro.

Mobbing - una piaga sociale - scritto da Tiziano Tescaro

Anche se il mobbing è un fenomeno antico già presente nelle relazioni personali e di massa nell’antica Grecia, tuttavia solamente negli anni recenti, in Europa si dà importanza ed attenzione a questa pratica, individuandola nell’ambiente lavorativo e purtroppo anche famigliare.

Di questa emergenza sociale se ne parla poco e si sa molto, mentre troppe sono le vittime di questo terrorismo, di questa persecuzione psicologica.

I sondaggi dicono che in Europa sono colpiti l’8% dei lavoratori e in Italia 1,5 milioni, ma sono certo che questi dati sono “la coda del rospo” in realtà il fenomeno e molto più vasto.

Questa volta non dobbiamo addossare la colpa al capitalismo, alla borghesia, all’abuso di potere o alla casta politica e sociale (malgrado esperti affermino il contrario)

Non pensiamo al mobbing sviluppato in un pattern maggiormente verticale, perché il suo focolaio è collocato nella sfera oligosociale.

Se il fare mobbing in tempi passati era inteso come tecnica di umiliazione, offesa all’autostima, tattiche cioè dirette, oggi invece si è evoluto mettendo la vittima o la massa contro se stessi con forme diffamatorie orizzontali, ossia tattiche indirette.

Infatti non sempre l’elemento forte, con potere, pratica mobbing sulla massa o sul singolo debole, accade anche il contrario che i deboli distruggano i forti, ma soprattutto che deboli distruggano deboli, massa distrugga massa, forti distruggano forti, organizzandosi in provvisori connubi.

E’ una visione confusa? Si certo, ma come tutte le fermenti forme sociali autoclone o rimangono ibernate in se stesse o sfociano in manifestazioni aggressive.

Tiziano Tescaro

il dopomobbing.......

Ciao Giadatea.
leggere la tua esperienza è stato come rivivere la mia...

spesso sul mobbing si è scritto molto... ma forse troppo per cio' che rigurda le battaglie legali.. certificazione dei danni a suon di raccomandate ai tribunali...un business anche questo ormai..

cio' di cui non si parla mai...
è del DOPOMOBBING...

di quando decidi di non dimetterti e rientri a testa alta fra le scrivanie...
che improvvisamente appaiono come "banchi il primo giorno di scuola"...

parliamo della forza e del coraggio
che serve per rimettere piede in quel posto che hai odiato con tutte le forze.....

si lavora certo. ritmo misurato e normale...
tenendo a freno la passione...
le tue idee saranno firmate da altri....
quindi non ne vale la pena..

ci sono giorni in cui il ricordo di cio' che hai subito anche dopo anni...è talmente vivo che ti trovi a piangere senza motivo...
per la tua dignità calpestata..

l'omologazione vince sulle capacità innovative e la voglia di fare
un esercito di jes-man che trionfa
alleandosi come una banderuola in mezzo al mare dell'ipocrisia...

si parla poco di chi
ogni giorno lavora
per il gusto non essere
stato abbattuto....

forse la battaglia piu' dura.

Pat

Vittime, carnefici, comparse. E divagazioni a tema.

Vari studi che stanno analizzando il fenomeno del mobbing hanno portato alla creazione di identikit piuttosto precisi di quelli che sono gli attori e le comparse di questo meccanismo, tracciandone anche predisposizioni caratteriali individuabili.

I potenziali mobber, ovvero coloro che esercitano il mobbing, sono identificati come:

soggetti che privilegiano relazioni improntate ad un rigido schema gerarchico,

conseguentemente, adottano posizioni autoritarie nei confronti delle persone considerate “inferiori”

in caso di conflitto prediligono la soluzione gerarchica piuttosto che l’analisi oggettiva dei contenuti.

Ne emerge un ritratto molto rigido, fatto di autorità e di assoluta mancanza di interpretazione, un ritratto che tutto sommato mi convince poco, perché sembra identificare esclusivamente un tipo di mobbing verticale, ossia esercitato da chi detiene il potere decisionale, mentre gli aspetti più morbosi delle ripercussioni del mobbing sono spesso ravvisabili nell’accanimento e nel coinvolgimento del branco.

Gli spettatori del mobbing sono stati classificati in tre categorie:

side-mobber, ovvero coloro che supportano il mobber e lo sostengono attivamente nell’emarginare, umiliare e colpire il mobbizzato

gli indifferenti, ovvero coloro che hanno un atteggiamento passivo e che, non opponendosi, contribuiscono a creare un ambiente lavorativo fatto di discriminazione e di ingiustizie tollerabili

gli oppositori, ovvero coloro che assumono una posizione autonoma e, mantenendo un punto di vista obiettivo e lucido, aiutano la vittima ad affrontare la situazione conflittuale creatasi.

Anche le vittime del mobbing hanno un loro profilo preferenziale, si tratta sostanzialmente di

Persone che svolgono la propria attività lavorativa con coinvolgimento personale e con passione

Dotate di capacità innovative e creative

“diversi” (per religione, stili di vita, inclinazioni sessuali, etnia….)

Disabili o anziani

Persone spesso assenti per astensioni di malattia, maternità, studio ecc….

In base a quella che è stata la mia personale esperienza lavorativa, posso dire che il mobbing trova terreno particolarmente fertile negli ambienti molto omologati, dove la regola è il non distinguersi, obbedire passivamente e lavorare meccanicamente, difendendo eventualmente ritmi di lavoro blandi e condivisi, dove insomma l’eventualità di un cambio di equilibri porterebbe ad una ridiscussione del coinvolgimento di molti, ed ecco che l’eventuale lavoratore che investisse passione e dedizione per ottimizzare le proprie prestazioni è visto come un nemico da cui difendersi, un nemico da arginare e da combattere, un nemico contro cui la coalizione è quasi istintiva, per via del comune rischio di dover ridiscutere anche le proprie mansioni. Gli episodi di mobbing in cui mi è capitato di essere coinvolta non erano sostanzialmente di una gravità paragonabile ai casi limite di cui spesso si parla, si rasentava la prevaricazione di gruppo e si intuiva una pianificazione d’intenti, oltre ad un certo accanimento inspiegabilmente crudele perpetrato da una minoranza di individui con il supporto attivo o passivo degli altri personaggi coinvolti, ma, allora, non si parlava ancora di mobbing, era disorientante, per me, alle prime esperienze lavorative, dover concepire un clima lavorativo tanto compromesso e arginante. Sono una persona creativa, e sul lavoro l’ho dimostrato ampiamente, ora mi ritrovo a constatare che tutte le innovazioni volute e portate avanti da me sono state inglobate in progetti migliorativi strutturali (la classica qualità….) e io non solo ne ho perso la maternità, ma anche la traccia, nella labile memoria, dell’impegno e della volontà utilizzate per difendere e portare avanti quei progetti, combattendo contro la diffidenza, contro la tradizione dei metodi arcaici opposta che l’adozione di procedure più snelle, contro l’ostruzionismo dei colleghi e le ritorsioni attuate per ostacolarmi. E sia ben chiaro, non ero un dirigente o in qualche modo un superiore, ero solo una collega, l’ultima arrivata volendo, la più giovane sicuramente, con un lavoro normale da svolgere e la voglia di farlo al meglio.

La voglia di lavorare che avevo 10 anni fa, non ce l’ho più, o meglio, ho dovuto studiare una strategia di sopravvivenza che mi ha permesso di incanalarla diversamente, continuando a sfruttare le mie potenzialità e le mie risorse ma nella consapevolezza che ogni mio sforzo investito in quello che è il mio ambiente di lavoro non sarà riconosciuto, non sarà apprezzato e non sarà “mio”. In un certo senso la mia sconfitta, almeno nell’apparenza, consiste nell’aver accettato di adattarmi a standard più bassi rispetto a quelli che avrei potuto offrire, ma ritengo che questa sconfitta sia innanzitutto della dirigenza che gestisce il mio lavoro e quello della mia struttura, e di struttura in struttura fino a disegnarne un insieme piuttosto omogeneo e omologato. L’allegria e il buon umore che portavo in ufficio 10 anni fa, non li regalo più, quelli me li hanno consumati con i morsi della cattiveria, con le meschinerie quotidiane, con il grigiore dell’omologazione, con la lugubrità della depersonalizzazione. Continuo ad essere una persona solare, continuo a vedere il lato ironico della vita, a cercare di vivere e sopravvivere con il sorriso sulle labbra e con un briciolo di umanità, ma qualcosa si è rotto, forse la fiducia è crollata, forse le illusioni, forse semplicemente si è innescato un meccanismo di autodifesa che mi ha portata ad accentrare in me le mie risorse positive isolandomi dalle conflittualità esterne. Il tempo mi ha dato ragione, molti problemi si sono risolti con l’allontanamento di elementi catalizzatori (chi è causa del suo mal pianga se stesso….) e altri invece sono la conseguenza del mio cambio di prospettive: mi aspetto di meno, sono consapevole di dare di meno, sono consapevole che nessuno all’interno della struttura si è accorto che io ho iniziato a dare di meno. Umanamente innanzitutto, professionalmente di conseguenza. Ma non mi sento omologata.

Vivo, come molti, nella condizione del dipendente pubblico che non farà mai carriera, ho assimilato questo fatto, ho accettato il rapporto di continuo amore odio con cui il mio superiore mi tiene sotto controllo, ho imparato a conviverci perché lui ha capito che gli servo, anche se non gli piaccio, e questo lo costringe a trattarmi con rispetto. Cosa che per qualche periodo, aveva dimenticato di fare.

Lo so, ho divagato, sono partita da un discorso oggettivo e ho sconfinato nel soggettivo, ma il mobbing è soggettivo, si può cercare di inquadrarlo e di definirlo ma è soprattutto sofferenza, è amarezza, è sconfitta.

Resta il fatto che, tra i vari profili di vittima del mobbing, io ho trovato il mio, mi ci sono rispecchiata e mi sono tornati alla luce episodi e circostanze che forse ho imparato ad analizzare con più lucidità, ma non ho ancora completamente metabolizzato, impossibile farlo se questo significa trovare un nome alla crudeltà e alla cattiveria deliberata di altri esseri umani. Ci sono cose che sono sbagliate e basta, non vengono legittimate attribuendo loro un nome e una scusante sociologica. Ma so anche, nonostante tutto, di essere una persona forte, la mia forza lavorativa sono le mie capacità, il mio spirito di adattamento, la semplice consapevolezza che, al giorno d’oggi, già avere un lavoro stabile è un privilegio, e che ho in me abbastanza fantasia e volontà per reinventarmi, all’occorrenza.

Credo che sia anche per questo che ho voluto creare questo piccolo spazio virtuale, perché reinventandomi ho deciso che la sconfitta non doveva essere la mia, ma la conseguenza delle scelte sbagliate di una società con molti problemi, con una classe dirigente piena di colpe e di fallimenti che alimenta ambienti lavorativi pericolosamente insani, dove la cultura dell’apparire è preferibile a quella del fare, dove il potere è dato dal fare il meno possibile, dove la soddisfazione è rappresentata dalla delegazione dei compiti piuttosto che dalla loro esecuzione.

Forbes scopre l'acqua calda

La scoperta dell’acqua calda. Il periodico americano "Forbes" ha stilato un elenco di condotte che devono fare scattare il campanello d’allarme sul mobbing. Chi dovesse ritenersi destinatario delle condotte elencate dalla rivista può ritenere di essere vittima del “bullismo” sul lavoro.

1) 1) Ansia da risveglio: Svegliarsi al mattino vivere con angoscia la prospettiva di recarsi al lavoro;
2) Critiche sbandierate: L’essere investito da insulti e critiche ingiustificate alla presenza dei colleghi sul posto di lavoro;

3) Emarginazione e pettegolezzi: La divulgazione di false notizie discreditanti sul proprio conto, o l’isolamento da parte dei colleghi;

4)4) Sabotaggio preordinato: L’attuazione di tecniche dirette a mettere il bastone tra le ruote al lavoratore, con bruschi cambiamenti di regole, di turni e orari di lavoro diretti a incidere negativamente sulla vita privata del lavoratore;

5)5) Esternazione del disagio: L’investire parte della retribuzione per pagare sedute dall’analista, o la manifestazione di continue lamentele in casa sui problemi di lavoro.

Ritengo che la casistica stilata da “Forbes” non aggiunga nulla di nuovo a quanto, con il semplice buon senso, può ritenersi censurabile nei termini del fenomeno di cui ci si occupa. Tuttavia, mi dico, lampi di genio o meno, contributi costruttivi o semplici constatazioni, ben vengano, purché di mobbing non si smetta mai di parlare, nella prospettiva di una maggiore sensibilizzazione soprattutto della volontà politica.

La reiterazione della condotta illecita ai fini dell'integrazione del mobbing. Tutela insufficiente?

I codici non contengono norme specifiche dirette a sanzionare il mobbing; pertanto potremmo definire tale fenomeno come costruzione giurisprudenziale, oltre che sociologica, non priva di importanti riscontri pratici e rilievi in merito al duplice profilo della responsabilità civile e penale. Tuttavia resta ancora molto da scrivere (in termini di codificazione) in materia. Dovrebbe essere quello delle leggi speciali lo strumento attraverso il quale dare delle concrete risposte ad interrogativi che, ad oggi, mi sembra rimangano ancora in sospeso. Innanzitutto: per consolidato orientamento giurisprudenziale il fenomeno de mobbing è integrato nel momento in cui siano tenute una serie di condotte reiterate nei confronti di uno o più dipendenti, dirette a creare una situazione di oppressione ed emarginazione; in altri termini, l’elemento persecutorio costituisce la condicio sine qua non perché possa parlarsi di mobbing (tra le più recenti ed esaustive pronunce al riguardo si segnalano: Cassazione penale , sez. V, 29 agosto 2007 , n. 33624; T.A.R. Campania Salerno, sez. I, 29 giugno 2006 , n. 881; Tribunale Forli', 28 gennaio 2005). Tuttavia mi sembra questa una soluzione che risponde solo parzialmente al problema. La persecuzione rappresenta di per sé un eccesso, una sorta di esasperazione di una condotta che ha ontologicamente un proprio disvalore. Il singolo episodio (che pure può, in presenza di soggetti particolarmente sensibili, o di modalità di realizzazione significativamente aggressive, arrecare non secondari danni alla psiche o alla semplice serenità lavorativa della vittima) non è censurato come “mobbing”. Sembrerebbe praticabile un’unica via di riparazione al singolo episodio offensivo: l’invocare la tutela del Giudice penale ai sensi dell’art. 610 c.p. (violenza privata), ovvero di altre fattispecie criminose (ad esempio l’abuso d’ufficio, in presenza delle condizioni di cui al’art. 323 c.p.). Non credo sia questa la giusta risposta ad un problema che, così come le condotte reiterate, potrebbe avere un effetto pregiudizievole nei confronti della vittima. Ragioniamo in termini spiccioli: specie in presenza di episodi di abuso praticati da parte datoriale (quelli che, se reiterati, costituiscono il c.d. “mobbing verticale”), quanti rischierebbero di esporre denuncia penale per aver tutelato i propri diritti, dinanzi alla prospettiva di un conseguente (quasi certo) licenziamento? In altri termini. Chi denuncerebbe il datore per un singolo episodio quando in ballo c’è il rischio della perdita del posto di lavoro? Una condanna per mobbing del datore di lavoro, mette, in un certo senso, le spalle al sicuro del dipendente mobbizzato. Un licenziamento successivo al giudizio instaurato per mobbing si rivela già di per sé come espressione della reiterazione di una condotta già accertata e censurata da un Tribunale; il successivo giudizio di opposizione alla misura del licenziamento avrebbe, dunque, un precedente di rilevante incidenza probatoria (o quanto meno agevolerebbe la prova dell’illegittimità della risoluzione del rapporto di lavoro ad iniziativa della parte datoriale). Non potrebbe dirsi lo stesso nel momento in cui il giudizio incardinato in precedenza non abbia avuto ad oggetto il mobbing, ma diversa fattispecie illecita. In tal caso, a mio parere, la libera valutazione discrezionale dei fatti da parte del secondo giudice avrebbe uno spazio molto maggiore, o quanto meno, aggravato risulterebbe l’onere probatorio del legame tra l’episodio giudiziale pregresso ed il licenziamento successivo. In conclusione, mi viene da pensare che, probabilmente, una disciplina normativa specifica del fenomeno “mobbing” potrebbe essere stesa vagliando anche ipotesi secondarie del fenomeno (la previsione di una sorta di “mobbing mono-offensivo”), comunque riconducibili in via diretta ad una situazione di conflitto di per sé inquadrabile nell’ambito lavorativo.

mobbing - scritto da Sara

Mobbing

Non fu certo il poco entusiasmo della prima occhiata a farmela detestare dissennatamente e con tutto il cuore. E parimenti non fu nemmeno la condizione traballante della mia esistenza a spingermi a tutti quegli inconfessabili tentativi, di cui adesso mi vergogno, di ricomporre lo screzio insanabile tra noi.

E’ uno strano sentimento l’odio, una cosa salutare e allo stesso tempo colpevole, alla quale però non sempre siamo in condizioni di affidarci.

Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che sta dentro di noi. Chi l’ha detto? Hesse, forse?

Ebbene.

Con marmorea determinatezza io la odiavo. Per tutti gli atteggiamenti vagamente persecutori, moralmente illeciti, di cui mi faceva immancabilmente oggetto nel corso di giornate interminabili trascorse a contare i minuti, interminabili anch’essi, che mi separavano dalla pausa pranzo.

E con la stessa marmorea determinatezza detestavo anche me stessa.

Perché tacevo. La congiura del silenzio ha, al contrario dell’odio, un senso al quale nonostante tutto siamo costretti a sottostare.

Esitavo. Nonostante avessi mille e una buone ragioni per urlare e andar via sbattendo la stessa porta che ogni giorno lei mi chiudeva in faccia, esitavo. Quello di fuggire era un lusso che allora non potevo permettermi, nonostante lei insultasse ogni giorno oltre la mia persona, a cui in verità nemmeno io tenevo tanto, anche l’unica cosa che avevo sentito davvero mia in quell’anno trascorso a battagliare con quella che sembrava essere la mia unica speranza di assunzione: la parola.

C’è un rapporto strano tra me, amanuense che presto la mia mano al suo spirito e lei, voce che nessuno sa bene da dove sgorghi: siamo due miserabili che altrimenti non arriverebbero a baciare la riva più alta.

Ma.

Queste pagine di antefatto hanno un senso ed un valore solo alla luce degli ultimi capovolgimenti. Sciogliendo le pastoie nelle quali mi ero avvolta e che, nonostante tutto, sembravano essere le uniche allodole in grado di esercitare un certo fascino sui creditori, a Febbraio di quest’anno ho radunato i miei pidocchiosi cenci e ho preso il largo. A ben vedere è una decisione, questa presa, che non potrei permettermi nemmeno adesso che vivo rinfocolando quotidianamente la speranza di un lavoro certo tra gli affanni quotidiani.

Ma mi sono aggrappata alla parola nel momento del bisogno e adesso me la tengo stretta, memore del fatto che in lei ci fosse, allora come ora, qualcosa da rispettare più di me stessa.

Scrivere è un lusso, ci si può permettere di palesare avvenimenti che altrimenti si avrebbe timore ad ammettere.

E nonostante mi dicano che ci sia qualcosa di infantile in tutto questo e che le parole non siano che l’ombra delle cose, io non demordo, affinché quella combinazione purulenta di acredine e rancore, per me da sempre irresistibile, trovi finalmente uno sbocco che le impedisca di incistarsi in un bubbone di sterile malessere.

E per questo scrivo. Con quel carattere (Times 14, per la gioia dei presbiti) che vorrei facesse la differenza tra il quieto vivere ed il tirare a campare, issando il monitor su una cassa appena prima di salire sul mio personale pulpito, sperando che a frenare la mia penna, adesso, sia unicamente la consapevolezza morale che rende esitanti e non la codardia che, inevitabilmente, arriva quando la necessità chiama.

scritto da Sara

definizioni e aspetti giuridici del mobbing

Una definizione giuridica di mobbing ancora manca, un po’ perchè il fenomeno è stato riconosciuto tardi dal diritto e dal diritto del lavoro in modo specifico, un po’ perchè è terreno di discussione l’ambito di competenza della materia stessa, fatto sta che nella sola XIV legislatura sono stati presentati ben 14 progetti di legge sul mobbing e ancora siamo senza una legge quadro che raccolga in se tutti gli aspetti utili per definire e combattere il fenomeno. Attualmente, la concreta individuazione del mobbing è appannaggio del Giudice che si esprime con un giudizio di merito non sindacabile in sede di legittimità, ovviamente con logiche e congrue motivazioni.

Un primo documento di importanza fondamentale è la risoluzione A5-0283/2001 del Parlamento Europeo in cui si prendeva atto della diffusione del fenomeno invitando gli Stati membri ad attuare le misure necessarie per arginare e controllare il problema.

La Circolare n. 71 del 17/12/2003 assunta dall’Inail è un documento di importanza applicativa in quanto stabilisce i criteri per la valutazione medico legale del mobbing, parlando di “costrittività organizzative” come cause che producono disturbi psichici e individua tra i fattori che causano il mobbing la marginalizzazione dell’attività lavorativa, il demansionamento, l’essere sottoposti a ripetuti trasferimenti ingiustificati, l’esercizio esasperato di forme di controllo, l’esclusione sistematica dalle iniziative di formazione e di crescita professionale.
Parlando dei sintomi patologici che emergono nelle situazioni di mobbing, la circolare Inail identifica la sindrome di disadattamento e la sindrome traumatica da stress, entrambe associabili ad una reazione di tipo depressivo con alterazione di aspetti emozionali, ansia, modifiche dei comportamenti abituali e dell’umore.

Un tentativo di regolamentazione è stato attuato dalla Legge Regionale del Lazio n. 16 del 2002, che introduceva disposizioni di prevenzione e contrasto per il fenomeno, fornendo anche una definizione piuttosto attendibile individuando il mobbing in atti e comportamenti discriminatori o vessatori protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di lavoratori dipendenti, pubblici o privati, da parte del datore di lavoro o da soggetti posti in posizione sovraordinata ovvero da altri colleghi, e che si caratterizzano come una vera e propria forma di persecuzione psicologica o di violenza morale. Nella legge regionale venivano anche individuati i comportamenti a rischio mobbing, ovvero:
a) pressioni o molestie psicologiche;
b) calunnie sistematiche;
c) maltrattamenti verbali ed offese personali;
d) minacce od atteggiamenti miranti ad intimorire ingiustamente od avvilire, anche in forma velata ed indiretta;
e) critiche immotivate ed atteggiamenti ostili;
f) delegittimazione dell'immagine, anche di fronte a colleghi ed a soggetti estranei all'impresa, ente od amministrazione;
g) esclusione od immotivata marginalizzazione dall'attività lavorativa ovvero svuotamento delle mansioni;
h) attribuzione di compiti esorbitanti od eccessivi, e comunque idonei a provocare seri disagi in relazione alle condizioni fisiche e psicologiche del lavoratore;
i) attribuzione di compiti dequalificanti in relazione al profilo professionale posseduto;
l) impedimento sistematico ed immotivato all'accesso a notizie ed informazioni inerenti l'ordinaria attività di lavoro;
m) marginalizzazione immotivata del lavoratore rispetto ad iniziative formative, di riqualificazione e di aggiornamento professionale;
n) esercizio esasperato ed eccessivo di forme di controllo nei confronti del lavoratore, idonee a produrre danni o seri disagi;
o) atti vessatori correlati alla sfera privata del lavoratore, consistenti in discriminazioni sessuali, di razza, di lingua e di religione.

Il tentativo di legiferare sulla materia, però, è stato dichiarato illegittimo da parte della Corte Costituzionale, con sentenza 10-29 dicembre 2003 n. 359, per motivi di competenza giurisdizionale.

Le definizioni dottrinali per cercare di inquadrare il mobbing, anche in assenza di una legge di riferimento, coinvolgono tutte aspetti atti a delimitare l’ambito di applicazione del mobbing stesso: c’è chi ne sottolinea il disvalore sociale evidenziandone le ripercussioni personali, intendendolo una vessazione premeditata, continuata e finalizzata, un vero e proprio linciaggio psicologico, un sottile e minaccioso terrorismo psichico; altri ne ricercano una definizione più medico legale, individuando in un attività persecutoria posta in essere da uno o più soggetti con il fine di rinunciare ad un incarico o una revoca attraverso la progressiva emarginazione dal mondo del lavoro; altra scuola predilige l’aspetto sociologico, per cui il mobbing diventa la condizione di stress indotta dal leader e dai suoi pretoriani ovunque vi sia una gerarchia, e il fine è l’espulsione del mobbizzato attraverso l’innescamento del meccanismo dello “sviluppo paranoicale” che rende il mobbizzato instabile e improduttivo e quindi in bilico tra il licenziamento e le dimissioni; c’è poi chi ne parla in termini sociali, definendolo una piaga moderna conseguenza dell’esasperata competizione tra gli individui incentivata dal sistema socio/economico e dal mito dell’autoritarismo ed efficientismo.
Resta il fatto che l’unica definizione attualmente accreditata legalmente è quella della circolare Inail, che indica come il mobbing strategico sia ricollegabile a quell’insieme di azioni poste in essere nell’ambiente di lavoro con lo scopo di allontanare o emarginare il lavoratore e riconducibile a quegli elementi di costrittività organizzativa.
In pratica scompare il requisito della ripetitività del comportamento e compare quello del fine perseguito. L’elemento della continuità è però determinante, in alcuni casi si è provato a stabilire che “si tratta di mobbing quando gli episodi si ripetono almeno una volta alla settimana per sei mesi” ma è una definizione sicuramente troppo stretta, e lo dimostrano i casi avvenuti nei periodi di prova lavorativa di tre mesi. Più facile parlare di “continui soprusi” volti all’isolamento e all’espulsione, certo che la delicatezza dell’argomento impone un’elasticità nell’applicazione dei criteri, la durata del mobbing deve essere correlata all’intesità degli abusi inflitti, alla forza del mobber e al grado di resistenza della vittima. Fattore determinante è altresì la struttura gerarchica dell’ambiente di lavoro, non si parla di mobbing quando i conflitti riguardano due sole persone ma occorre uno scenario più strutturato dove gli elementi che concorrono possono essere tanto l’accanimento personale quanto l’accettazione generica di un comportamento sbagliato e la complicità nell’avallare tali comportamenti. Il termine mobbing deriva infatti dall’inglese “to Mob” traducibile come “aggressione di gruppo” richiamando chiaramente un movimento organizzato in cui più persone costituiscono o accettano un determinato comportamento volto a emarginare e isolare un singolo individuo.
Un aspetto che può essere di grande rilevanza, riguarda la configurabilità del sopruso del datore sul dipendente in termini di illecito risarcibile:
“È configurabile alla stregua di illecito risarcibile il comportamento del datore di lavoro che si traduca in disposizioni gerarchiche rivolte al dipendente al fine di indurlo ad atti contrari alla legge, potendo integrare tale comportamento una violazione del dovere di tutelare la personalità morale del prestatore di lavoro, imposta al datore di lavoro dall'art. 2087 del codice civile. Tale profilo, (è) riconducibile al fenomeno del mobbing”, (Cass. civ., Sez.lav., 08/11/2002, n.15749).
Danno risarcibile, comunque, potrà essere quello economico ex art. 2043 c.c. ed anche quello morale ed esistenziale ex art. 2059 c.c. : il primo risarcibile in presenza astratta di reato il secondo senza la preclusione di all’art. 185 c.p. Per quanto riguarda il danno biologico, dovrà essere provato e dimostrato il nesso tra l’attività di mobbing e gli effetti subiti.
Nei vari studi per identificare gli stadi in cui si sviluppa il mobbing, vengono identificate 4 fasi:
1 fase) Visibilità. Il soggetto si trova in condizioni di visibilità che attira l’antipatia e l’attenzione dei colleghi o del datore di lavoro, i motivi sono ovviamente pretestuosi: aspetto estetico, capacità lavorative, religioni, etnia, età, ecc....
2 fase) Stigmatizzazione : il lavoratore viene isolato ed estraniato rispetto agli altri
3 fase) Ufficialità. Il soggetto mobbizzato diviene argomento di discussione pubblica, anche per quanto riguarda gli aspetti della vita privata e personale
4 fase) allontanamento. Il mobbizzato viene costretto a dimettersi o viene licenziato perchè inadempiente.

Oltre a queste fasi altra dottrina ne identifica ulteriori due: prima ancora della visibilità è inseribile un “conflitto mirato” e prima dell’allontanamento la comparsa dei primi sintomi di aggravamento della salute pisco-fisica del mobbizzato, fattori che poi sono spesso strumentalizzati proprio per determinarne l’allontanamento.

Per quanto riguarda le tipologie di mobbing, questo si può sviluppare in maniera ascendente, ed è quello attuato dai dipendenti contro il proprio superiore, in maniera verticale, ossia attuato dal datore di lavoro nei confronti del subordinato e ancora in maniera orizzontale esercitato da un gruppo di persone verso un soggetto singolo.

Le interpretazioni sono tante e spesso le diatribe formali ostacolano un decorso serio e coscienzioso della giurisdizione in una materia che è sempre più di attualità e richiede una disciplina sostanziale ed esemplare. Se è vero che l’Italia è una Repubblica basata sul lavoro e la Costituzione è il documento principe della nostra cultura, allora i rappresentanti dei poteri legislativo, esecutivo e politico dovrebbero trovare il modo di tutelare il nostro status di lavoratori, permettendoci innanzitutto di trovare un lavoro sconfiggendo il precariato dilagante, e poi di tutelarci da comportamenti e aggressioni morali e psicologiche che trovano terreno fertile in una sottocultura ancora basata sul disvalore della raccomandazione, della sottoproduzione sostanziale, dell’incapacità a confrontarsi e a rispettarsi, della dittatorialità dispotica e gerarchica e della morbosità degli atteggiamenti innescati dal branco.

La mia esperienza

Quanto sia difficile raccontare le proprie esperienze di mobbing, lo sto sperimentando proprio ora. Volevo- voglio – raccontarvi la mia esperienza diretta, ma ancora adesso, che sono passati molti anni e che quell’episodio è del tutto risolto, mi accorgo di fare fatica. Eì come se ritenessi che sia meglio tenerlo per me, dopotutto i panni sporchi si lavano in famiglia, o no? Quasi come se fossi IO a dovermi vergognare di quello che mi è successo, pur sapendo benissimo che non è così. E’ vero, ero giovane e molto inesperta, probabilmente anche un po’ imbranata, come tutti o quasi i giovani al primissimo impiego.
Appena laureata ho trovato lavoro in una banca e come sono stata destinata ad una agenzia presso la sede centrale. A dirigerla un signore che mi ha convocato subito nel suo ufficio per farmi notare, un po’ brusco, che lui non sapeva che farsene dei laureati, che non li stimava affatto, che lui aveva fatto carriera senza una laurea e che disprezzava chiunque si fregiasse del titolo di dottore, che quello era un lavoro da diplomati, di non aspettarmi preferenze e di darmi da fare....
Nessun problema! Tutto sommato un diploma ce l’avevo, la gavetta l' affrontavo volentieri, la voglia di lavorare c’era. Purtroppo non ho tardato a capire che quelle parole lui le pensava davvero. Ha iniziato a rimproverarmi aspramente per qualsiasi cosa, mi faceva passare davanti gli ultimi arrivati perchè “tu non sei capace”, una volta mi ha persino urlato dietro perchè non ho risposto al telefono mentre ero in bagno! Inesperta com’ero non ero capace di dare un nome a quel trattamento, ma ben presto mi era passata la voglia di lavorare, e andare al lavoro era diventato insopportabile. Iniziavo davvero a credere di non essere capace. Per mia fortuna alcuni colleghi mi hanno supportato in tutti i modi possibili, non ultimo quello di segnalare il mio caso al sindacato. Uno dei sindacalisti era fidanzato ad una collega, mi ha tenuto d’occhio per un po’ di tempo, poi è intervenuto con la direzione del personale. Tempo nemmeno una settimana sono stata spostata di ufficio e sono, lavorativamente ed emotivamente parlando, rinata.
Cosa ho fatto prima del trasferimento? Ho preso tutte le guide telefoniche interne e ho sbianchettato il “dott.” davanti al nome del dirigente. Dopotutto disprezzava chiunque si fregiasse del titolo di dottore, no? (e naturalmente è stata l’ultima sfuriata che mi sono presa: “Ma come si è permessa?”)
Dopo un anno, visto che continuava le sue angherie con il personale dell’agenzia, quel dirigente è stato spostato. Per poterlo fare, è stato promosso....

DONNE AL POTERE. QUANTA STRADA C'E' ANCORA DA PERCORRERE

Non sto scrivendo questo post con dati statistici alla mano, ma solo con quella che è stata la mia esperienza personale, maturata in 12 anni di lavoro circa, passati in amministrazioni pubbliche diverse e sotto dirigenze diverse, maschili e femminili. Esperienza che ho potuto considerare diffusa, tramite il confronto con altre persone, e quindi specchio di una realtà attendibile ed effettiva.

Donne al potere, potere alle donne o potere e basta?

Inizio con una premessa: le donne hanno il potere diffuso, ma le poltrone più importanti continuano ad essere occupate da uomini, salvo qualche rara eccezione. Questo dato può essere interpretato come un cammino ancora in atto della scalata al potere femminile, in fondo dopo secoli di maschilismo solo gli ultimi decenni sono stati significativi per una radicale trasformazione della società, e probabilmente l’agognata parità non è ancora stata raggiunta. D’altra parte le donne sul lavoro sono tante, sono preparate, sono agguerrite, costituiscono sicuramente un temibile avversario che spesso innesca meccanismi di cameratismo maschile, non proprio discriminatori ma quasi un ultimo disperato tentativo mosso dall’atavico impulso di salvaguardia dall’estinzione della specie.

Ma, da quella che è la mia esperienza personale, posso affermare che le donne al potere sono una grossa delusione, anziché valorizzare gli aspetti tipicamente femminili, la sensibilità, l’incoraggiamento, l’intuito, la delicatezza accompagnata alla consapevolezza e al conseguente decisionismo, lasciano che a prendere il sopravvento siano gli aspetti più biecamente competitivi che sfociano in manifestazioni di accanimento, di ostilità, di supremazia arbitraria e opinabile. La donna al potere non ha ancora trovato un equilibrio, forse si sente continuamente minacciata, messa alla prova, valutata, ma usa un metro di giudizio del proprio operato tipicamente maschile, e probabilmente maturato anni fa, quando il rampantismo era all’ordine del giorno, quando il valore era la carenza di valori, quando il fine giustificava i mezzi. E’ ancora così? Forse sono ancora abbastanza giovane per essere ancora otimista, e voglio pensare che no, il fine non giustifica i mezzi, e che solo la preparazione, la dedizione e le capacità siano, alla fine, gli elementi determinanti per il successo personale nel lavoro, e se anche tutto si può comprare, per l’autostima e la consapevolezza di se’ non c’è prezzo.

Mi guardo intorno e osservo le donne al potere che ho incontrato. Sono brave professioniste, sono intelligenti, sono anche astute, hanno capacità organizzative e all’occorrenza sanno essere sapientemente diplomatiche, ma hanno evidenti problemi nel gestire questo potere, hanno esitazioni e commettono grandi discriminazioni nella gestione delle risorse e del personale perché si lasciano condizionare troppo facilmente, incredibile come possano essere, delle donne tanto intelligenti e preparate sotto l’aspetto tecnico, estremamente impreparate e dispotiche sul piano umano, lasciandosi condizionare, inficiando i rapporti lavorativi lasciando che le impressioni personali e le personali amicizie o inimicizie influiscano sugli aspetti professionali dei propri dipendenti.

Altra considerazione che ho potuto fare è che la donna al potere non si comporta ugualmente con uomini e donne, distinzioni che comunque vengono ulteriormente sfaccettate a seconda dei ruoli e dei gradi gerarchici. Dalla mia personale esperienza ho visto donne manager a capo di squadre maschili numerose perdere completamente di credibilità nel tentativo di evitare il confronto, diventare tolleranti e deboli anche quando avrebbero dovuto essere dure, e allo stesso modo ho visto donne maltrattare e ridicolizzare i propri dipendenti maschi in minoranza, quasi per determinare la propria supremazia. Sono esperienze personali, non è un metro di giudizio universale, ma la considerazione che ne deriva mi sembra piuttosto chiara: le donne al potere non hanno ancora trovato un loro equilibrio, forse a torto o forse a ragione stanno ancora assestando e consolidando la loro presenza. Le conseguenze: le donne al potere sono (e questi sono dati statistici) le più crudeli tiranne che infliggono mobbing.

La storia di T., mobbizzato dal Sindacato

Ringrazio Giadatea per avermi voluto nel gruppo dei curatori di questo progetto, assolutamente al di sopra delle mie personali capacità. Ringrazio per la stima, per la fiducia, e confermo il mio impegno a fare del mio menglio incrementare le pagine di "tutto sul mobbing" con interventi che, mi auguro, possano rivelarsi quanto meno interessanti per qualcuno.
Esordisco con un lungo racconto di vita vera (ahimé!). Una vicenda di cui sono venuto a conoscenza per ragioni di lavoro. Una storia che mi ha scandalizzato ed irritato, e che sottopongo all'attenzione di chi avrà la pazienza di leggerla. Ognuno trarrà le sue conclusioni.
T. ha poco più di trent’anni. Non gli mancano la cultura, l’acuta intelligenza, la professionalità, la serietà sul lavoro. Per T. il suo impiego è una cosa assai importante. Oltretutto T. riconosce il peso delle sue responsabilità nei confronti delle tante persone che fanno affidamento su di lui, e che di lui ciecamente hanno fiducia. T., infatti, lavora presso un Sindacato e gestisce numerosi incarichi all’interno del Patronato. Molti di questi gli sono stati affidati dagli alti vertici dell’associazione sindacale, gli è stato conferito l’incarico di gestire interi settori del Patronato, T. ha avviato una serie di progetti che, oltre ad essersi rivelati estremamente utili per i lavoratori, hanno comportato un forte incremento dei tesseramenti. T. è molto soddisfatto, ed il Sindacato gli rende atto dei suoi meriti. Ma ad un tratto tutto cambia. Una sera, uscendo dal lavoro, T. sale in sella al suo motorino. Inizia a star male e ad un tratto il buio. Si risveglia su un letto in ospedale, la parte destra del suo corpo è completamente paralizzata, insensibile, come se fosse morta. T. apprende dai medici di essere stato colpito da ischemia cerebrale, caso assai raro per un uomo della sua giovane età. Tre mesi a letto, lontano da tutto, dalla sua vita, dal suo lavoro. Ma ad un tratto inizia a stare meglio e decide di tornare al Patronato. T. non ha recuperato la funzionalità del braccio destro, zoppica, trascina le parole, ma la sua mente è lucida e viva come sempre. Accolto con un certo scetticismo, T. non demorde, e riprende il suo lavoro da dove lo aveva lasciato. I primi tempi lo aiuta R., una volontaria del servizio civile, che lo coadiuva laddove il fisico di T. non arriva da solo. Ma ad un tratto, all’interno del Sindacato T. diventa un personaggio scomodo. Non c’è più bisogno di lui; ormai R., affiancandolo, ha imparato il mestiere. Oltretutto è carina, è giovane, è sana. Ma come può, un Sindacato, legittimamente buttare per strada un proprio dipendente, affetto da un handicap fisico? Moralmente sarebbe inaccettabile. Dovrà, pertanto, essere T. a prendere l’iniziativa di andar via, ma i colleghi ed i dirigenti sanno bene che T. non rinuncerà mai spontaneamente al suo incarico. La soluzione è a portata di mano: gli si renderà la vita impossibile, i locali che ospitano il Sindacato diventeranno l’anticamera del suo inferno personale. T. dovrà consegnare le chiavi dell’ufficio: “quando verrai troverai qualcuno che ti aprirà la porta”. Ma troppi lunghi pomeriggi ha passato T. per strada in attesa che qualcuno rispondesse al citofono. Tante ore sulle scale davanti al portone d’ingresso in attesa che qualcuno aprisse al posto suo. Altre volte i colleghi, silenziosamente, andavano via la sera, e lo chiudevano dentro. T. aveva bisogno di telefonare perché qualcuno tornasse ad aprire la serratura e gli consentisse di tornare a casa. Un giorno T. arriva in ufficio e si accorge che la sua scrivania non c’è più, sparita la poltroncina, spostati altrove i faldoni ed i fascicoli delle sue pratiche. Chiede spiegazioni. Inizialmente non riceve risposta, alla fine qualcuno ha il coraggio di dirgli che, se non lo avesse capito, deve andare via. T. non demorde, crede che, nonostante tutto, egli possa continuare ad essere utile alla causa dei tanti lavoratori che lo hanno preso come punto di riferimento. Crede di poter continuare a sentirsi utile. Ma a lungo andare cede. Ha perso la sua guerra personale. Adesso T. sta a casa, non ha ancora trovato un lavoro. Il Sindacato gli ha chiesto la restituzione di diverse migliaia di Euro, perché “quando sei stato male noi per errore abbiamo continuato a pagarti, restituiscici il maltolto”. R. ha trovato un lavoro, siede sulla sua comoda scrivania, e se la incontri e le chiedi cosa sia successo in ufficio nel periodo che ha preceduto le dimissioni di T., R. non ricorda nulla. Troppo flebile la sua memoria.

Parlarne è importante

Cosa sia il mobbing, in via teorica, lo sappiamo tutti.
Ma forse è più difficile capirlo e accettarlo quando vediamo che sta capitando proprio a noi o nel nostro ambito lavorativo: ci sembra persino assurdo, a volte, che sia possibile.
Ma come, pensiamo, so di avere delle capacità, so di valere (Io valgo, dice una pubblicità e a parte il valere uno shampoo o una crema antirughe di fatto è quasi sempre così!). Ho una buona preparazione e faccio del mio meglio. Eppure quello che faccio non va mai bene. Ci accorgiamo che qualcosa non va nel nostro ambiente di lavoro. Si incomincia a sentirsi insicuri del proprio operato. Si inizia anche a lavorare male e a volte a commettere effettivamente degli errori, perchè se la mente non è serena ne risente anche la concentrazione. Si incomincia a sentirsi nervosi e insoddisfatti e magari si porta questo stato di ansia anche al di fuori del luogo di lavoro, in famiglia. Nei casi più estremi, addirittura ci si ammala. E’ quello che si chiama un circolo vizioso.
Il parlare di mobbing, il sapere che esiste e che, magari anche in forme non estreme, sta capitando anche a noi o ai nostri colleghi è fondamentale. Ci vuole coscienza, solidarietà e perchè no, la complicità di persone amiche. Per questo con Barbara abbiamo pensato a questo blog, per parlarne. Come luogo di incontro e di confronto, per comprendere un po’ meglio questo problema. Per non dimenticare che ad ogni problema, anche al mobbing, corrisponde sempre – sempre- una soluzione!

MOBBING E DINTORNI. E NASCE QUESTO BLOG.

Il primo post di un nuovo blog. Un blog che nasce da un’idea improvvisa, da una chiacchierata tra amiche (poi dicono che la solidarietà tra donne non esiste…) e dallo stupore di ripercorrere assieme passi e passaggi della vita lavorativa dolorosi, frangenti che sembravano talmente assurdi da non essere credibili se raccontati diventano improvvisamente condivisione surreale, l’esperienza comune maturata nell’isolamento di una fragilità emotiva condizionata sfocia nel bisogno di espressione, di legittimazione, di rivendicazione di una dimensione umana serena e vivibile con il conseguente rifiuto del paradosso, del patologico, dell’angosciante depressione di un viaggio a ridosso di un morbo moderno chiamato mobbing.

Un blog che nasce, da subito, come progetto corporativo, per permettere alle informazioni pubblicate di essere complete e approfondite, nel rispetto di tutte le sfaccettature psicologiche e i risvolti sociali e legali che inevitabilmente accompagnano il fenomeno del mobbing, dalle sue prime manifestazioni fino alla conclamazione ufficiale di un atteggiamento discriminatorio, di un accanimento lesivo della dignità umana, di un complesso meccanismo psicologico che avvilisce e deprime, ripercuotendosi su tutti gli aspetti della vita e arrivando anche a minare l’equilibrio psicofisico di chi ne è vittima.

Un blog non solo tecnico, però, nato proprio dall’esigenza del confronto, dalla voglia di chiacchierare, di portare alla luce vicende e situazioni che si alimentano del buio, dell’umido ristagno di ambienti lavorativi compromessi, del pesante silenzio di chi ha perso il coraggio di parlare, la forza di denunciare, la voglia di combattere, quel silenzio che peggiora le situazioni, ingrigendole, ingrandendole, ingarbugliandole sempre di più.

Un blog dove si smette di essere rivali e si diventa colleghi. Un terreno neutrale dove poter analizzare e discernere ma anche sorridere e ironizzare, recuperando un po’ di fiducia e soprattutto di obiettività.

Un blog aperto alla collaborazione di chi vorrà partecipare, dove al di là delle propagande sindacali o politiche le persone potranno trovare un riferimento fermo e preciso sull’orientamento della giurisdizione, consigli sulla gestione delle situazioni quotidiane o anche solo la solidarietà di un commento, la condivisione di un’esperienza, la consapevolezza di essere coinvolti in un meccanismo mostruoso si, ma decifrabile, contrastabile, destinato ad essere messo in discussione.

Per ora siamo in tre, forse ancora non li vedete ma Elena e Ivan sono già nel progetto che attende l’adesione e la partecipazione di chi vorrà investire un po’ di tempo e mettere a disposizione degli altri la propria esperienza o la propria professionalità. Vi aspetto.